Io c'ero!

Non era un bel giorno per quel tipo di attività. In fondo, non esiste un giorno particolarmente indicato, tutti i giorni sono buoni. Con la pioggia o con il sole, che spiri il vento o che il cielo sia coperto di stelle, l’importante è che ci sia la serenità e la tranquillità giusta, per svolgere al meglio il proprio dovere. Dovendo scegliere, una giornata radiosa con il cielo terzo, è senza dubbio la migliore ma non è detto poi che sotto una pioggia incessante, non ci siano i suoi lati positivi: almeno le persone antipatiche se ne sarebbero rimaste tutte a casa. Macché, invece, ce ne sono in abbondanza, anzi, forse sono più gli antipatici dei simpatici.
Non voglio disturbare tutte quelle persone che parlottano tra di loro. Dimostrano conoscenza comune, lo si capisce dal modo in cui si salutano. Strette di mano, abbracci, baci sulle guance, sembrano una grande famiglia. Dato che oggi non ho molto da fare, me ne sto fermo immobile nella mia postazione e in silenzio, mi metto a osservarli tutti, uno per uno.
Entrano ed escono da quella abitazione, come da un formicaio brulicante, con la stessa tonalità di colore dei loro abiti, proprio come alacri  formichine. Quelli che arrivano, ossequiano una sorta di piantone, un guardaporte o una sorta di buttafuori che controlla che i nuovi arrivati, abbiano il biglietto di ingresso. Quelli che escono dalle porte laterali rifugiandosi in giardino, tengono ben stretti tra le mani, calici riempiti di dolce nettare. Ah, bene, c’è una festa! Che bello, mi sono sempre piaciute le feste. Amici che arrivano, voci festanti, allegria, la musica. Già, ecco cos’era quel dolce suono che mi accarezzava le orecchie ma che non percepivo bene. Forse, la distanza che mi separa da loro, mi impedisce di ascoltare decentemente. Una musica che, adesso riconosco, inebria l’aria tutt’intorno la casa, lasciando un velo di amenità più consona alla situazione. In fondo, c’è una festa!
Molti di loro li conosco, li avrò visti centinaia di volte, anche se raramente  così ben vestiti e composti. Tranne nelle grandi occasioni come i matrimoni, i battesimi e cerimonie varie. Molti altri non li riconosco o almeno credo, visto che salutano con enfasi i volti noti. Tento di avvicinarmi per cercare di capire le loro parole, il loro conversare. Che stanno dicendosi di così interessante, sembra che tutti siano avvinti e partecipi. Provo a fare qualche passo ma non riesco, come se quella folla di persone mi impedisse il cammino. Decido di restare dove sono, tanto, se tendo l’orecchio, riesco a sentire anche da qui. Toh, Giovanni, accompagnato dalla sua nuova compagna, una stangona più giovane di lui e anche molto più furba, visto il suo patrimonio. Da un bel po’ non lo vedevo, da quando partì per lavorare all’estero, in Australia dicevano i bene informati. E almeno in apparenza, la mora al suo fianco, non sembra di queste parti. Chissà come si chiama, quanti anni ha, magari più tardi glielo chiedo. Federica, sorseggiando dal suo calice, parlotta con una coppia che non vedo, sono di schiena, ma le loro voci mi ricordano quelle di alcuni amici d’infanzia. Ma certo, Andrea e Carlotta! Birbanti che erano, sempre a combinare marachelle e sempre a far preoccupare le loro madri. Non stavano mai fermi, sempre in mezzo ai pericoli. Pure loro si sono sposati, ma dai, non lo sapevo! Grandi, dopo li passo a salutare, appena finisco di guardare e commentare tutti i presenti. Mi piace essere al corrente degli affari degli altri, in fondo, è un modo come un altro per fare conversazione. Come potremmo non parlare degli altri, nel bene e nel male, conoscere qualche fatto intimo di una coppia, sapere del lavoro di un amico, le traversie giornaliere di una collega. Tutte quelle cose che, spettegolando, ti danno un bagaglio culturale da bar ma che riempiono le pagine di decine di rotocalchi, salvaguardando il sano gossip.
Trovo ancora complicato muovermi. Non capisco se sono seduto o disteso  o, addirittura, in piedi ma come inchiodato da qualcosa che mi trattiene impedendomi ogni mossa. Addirittura, mi sento come se mancasse aria, eppure, non ho mai neanche sofferto di claustrofobia. Do la colpa a questa folla, sempre più numerosa e quasi assordante anche se tutti parlano sommessamente. Sono veramente curioso di sapere l’argomento a cui tutti, sembrano interessati.
“Ma, scusate, ma quella è mia figlia! Anche lei alla festa? Strano, non sapevo che conoscesse l’Organizzatore. Appena riesco a raggiungerla, mi darà spiegazioni!” La situazione non cambia, è in stallo. Provo a comunicare ma non riesco. Tento di avvicinarmi ma si allontanano sempre di più. Che strana questa festa. Non faccio in tempo a capire chi sono i commensali, che subito svaniscono, o li vedo piangere, o si allontanano da me, come se li disturbasse la mia presenza. Mi piacerebbe capire come mai. Se si allontanano, sarà perché non si accorgono che sto andando loro incontro. Se piangono, spero non sia accaduto niente di grave, o almeno che non sia colpa mia, mi dispiacerebbe non poco. Se fosse la mia presenza a recargli disturbo, bé, sarebbe seccante ma difficile da impedire. Come potrei cambiare le loro considerazioni se neanche parlano con me. Devo indagare, spingermi oltre, osare come non ho mai fatto prima.
“Ma, un momento, quella è mia madre! Che ci fa lei? Chi l’ha invitata?” Forse c’è qualcosa che non va. Ma cosa?! Mi zittisco, inizio a guardare meglio. Noto altre facce conosciute nonostante siano passati molti anni dall’ultima volta che li ho visti. I volti sono sempre quelli ma i corpi sono cambiati. Più grassi, più brutti o magari imbelliti. Chi ha le rughe da ottantenni, chi dimostra dieci anni di meno. Mazze, bastoni, ogni tipo di sostegno penzolanti da molte mani tremanti e vizzose. Molte le braccia a sostegno, di giovani donne e gagliardi uomini. “ Vieni nonno, accomodati qua!” sento da un apparente sedicienne nel pieno dell’esplosione dell’acne.
“Nonno?” Se non sbaglio quello è Roberto, il mio caro amico di scuola, quello che passava a chiamarmi sottocasa ogni sera d’estate per andare in centro in cerca di ragazze. “Ma perché lo chiama nonno? Non è molto che ci siamo visti, se non sbaglio tre o quattro mesi fa!” Forse sarebbe meglio dire trenta o quaranta anni fa, forse addirittura in una vita precedente. I periodi della giovinezza scorrono leggeri e soavi ma maledettamente veloci. Sono raggiunti quasi subito dalla zona della maturità familiare in cui stabilisci una solidità caratteriale, ma sono immediatamente raggiunti dal periodo più intermedio che esista, la preanzianità, dove tutto è concesso, tutto ti concedi. In molti casi è un periodo felice e prolifico supportato da uno stato fisico ancora stabile ma dalle reazioni leggermente rallentate. Preludio del periodo ancora peggiore in cui la mente, le voglie e, talune volte, il coraggio di osare sarebbero ancora presenti ma il fisico, ahimé, non sta al passo con il tempo. Ti accorgi quindi di essere, forse, prossimo al capolinea solo quando ci arrivi anche se, di fatto, non te ne accorgi. Non esiste una scuola che ti insegna come devi fare, che ti prepari mentalmente e fisicamente, come un atleta si prepara a una gara importante. Sai che la dovrai affrontare e quando ti presenti ai nastri di partenza, preparato o no, devi farla quella gara, senza indugi. La immagini, a volte la pensi, la percepisci, non ne vuoi parlare  per scaramanzia e così facendo, pensi di respingere il suo giusto tempo. Ma il tempo corre inesorabile, senza ascoltare le pretese di chicchessia.
“Giulio, il mio vicino di casa con sua moglie Arianna, pure loro! Una persona schiva e riservata come lui che se ne và a una festa ? E’ proprio vero, non c’è più religione.” E’ bello vedere tanta gente a una festa, significa che l’Organizzatore a lavorato bene, è seguìto. Devo parlare con qualcuno però, non posso rimanere da solo a guardare, altrimenti mi privo di tutto il divertimento che questo ritrovo sta offrendo a tutti questi amici. Li chiamo ma non mi sentono, sono ancora troppo lontano. Cerco di raggiungerli, di avvicinarmi ma non ci riesco. C’è ancora troppa folla, lascerò che si diradi un po’. Rischio però di veder partire alcuni che non vedevo da tempo, senza poterli salutare. Va bé, ci proverò più tardi, sperando di avere più fortuna, nel frattempo continuo a gironzolare tra loro, tanto, pare che nessuno si accorga di me. Che strano, mi sembra di volteggiare intorno a tutta questa gente, senza fatica apparente come in una sorta di volteggio incorporeo che mi permette di avvicinarmi a ognuno, sfiorarli, tendere loro le mani e non urtare nessuno né essere scorto da qualcuno. Eppure gli rifilo generose pacche sulla schiena, almeno agli amici maschi. Un po’ come era mia solito fare quando ci incontravamo. Con alcuni, è veramente passato del tempo e così facendo, speravo si ricordassero di me. Invece niente, probabilmente ho perso la forza di un tempo.
Ho deciso, da domani dieta e palestra!
Il via vai che ancora si sussegue, quasi mi imbarazza lasciandomi senza parole. Chi diamine può essere un Organizzatore talmente bravo da far giungere tanta gente a questa festa. E senza che io sia stato ufficialmente invitato! Immagino che abbiano ricevuto un invito scritto, ci sia stato almeno un passaparola, qualche straccio di comunicazione telefonica o, come usa adesso, tramite i social network tanto usati.  Certo, c’è di che arrabbiarsi. A tutti quelli che conosco dovrà pur essere arrivato qualcosa, altrimenti non sarebbero qui. E a me? Niente? Nemmeno un piccione viaggiatore stanco e affamato a portarmi un misero bigliettino legato a una zampina con un bel fiocchetto azzurro! Perché, mi chiedo. Immagino già le chiacchiere domani. Negli uffici si parlerà della mega festa fatta in onore di chissà chi, spettegoleranno di quella che non vedevano da un secolo e di come è ingrassata, sparleranno di quello che ha mollato la seconda moglie per accoppiarsi con una donna molto più giovane di lui e figuriamoci quante altre scimmiottate nei giorni a seguire. Tutti insomma, potranno dire io c’ero  alla festa più grande dell’anno. Tutti, tranne me.  
Nonostante tutto, continuo però il mio vagare alla ricerca di un volto amico che si degni di parlarmi, che mi dica almeno un semplice
“Ciao Andrea, come stai?”
Ma, allora mi vedono! Giubilo! Finalmente che sollievo, adesso posso partecipare anch’io alla festa. Però, a una prima occhiata, non riconosco la persona che mi saluta. Guardo con sufficienza e perplessità, la figura di quest’uomo. Socchiudo gli occhi come a mettere a fuoco la mia vista un po’ compromessa e chiedermi chi è mai questo qua. Non mi pare di conoscerlo o almeno, non lo riconosco.
“Ciao…scusa se non ti riconosco ma tra tutta questa folla, mi sei passato inosservato. Dammi un aiuto, come ti chiami?” Tento un approccio confidenziale e spavaldo, come mio solito, sperando di coglierlo impreparato più di me. Dal vestito e dall’aria bonaria, direi che non ho mai conosciuto questo tizio che pare conoscermi. “Per caso ci siamo conosciuti al tempo delle scuole superiori, vero?” Ancora la mia spavalderia. Abbozza un sorriso sornione dietro a quegli occhi azzurro cielo come mai avevo mai visto.  Quell’espressione così distesa e placida che sembra abbia il potere rassicurante di metterti a tuo agio solo guardandoti. Infatti, provo una sensazione di benessere, di sollievo immediato come essere uscito dal dentista dopo una notte insonne dal mal di denti e grazie alle sue cure miracolose, tutto il dolore svanisca in un attimo.
“No caro Andrea, ci siamo appena conosciuti ma è come se ci conoscessimo da una vita.” In effetti, quella strana sensazione di conoscenza, l’ho percepita al solo udire il suono della sua melodiosa voce anche se, in effetti, era la prima volta che la sentivo. Che strano, di solito sono sempre stato un buon fisionomista ricordandomi sempre un volto anche a distanza di tempo, associandolo correttamente al suo legittimo nome. Ma non a questo qua!
“Non lambiccarti il cervello, mio giovane nuovo amico, non mi hai mai visto prima anche se il mio nome, lo conosci da sempre!”
O perbacco, questo è un vero mistero. Conosco il nome di colui che mi sta parlando, senza conoscerlo. Prima una mega festa in onore di chissà chi senza essere invitato, poi un tizio che conosce me e il mio nome ma che io non conosco ma so il suo nome. Il mistero si infittisce, devo saperne di più!
Mi guarda, sorride e senza proferir parola, capisco quello che vuole dirmi. Il senso della sua visione, adesso mi è chiaro. Non devo più indagare mentre una luce accecante, mi fa chiudere e aprire vorticosamente gli occhi.
 Mi sveglio, tutto agitato in una mattina piena di sole. Mi accorgo di essere tremante e madido di sudore, quasi sicuramente a causa del gran caldo ma anche dal sogno agitato appena concluso. In parte lo ricordo confuso, strano, pareva quasi vero. Mi alzo, non senza difficoltà muovendo passi incerti verso la stanza da bagno. Sono colto però, da una strana sensazione che mi dirotta in direzione della finestra, invasa da una luce abbagliante. Attratto come da una potente calamita e sorreggendomi allo schienale della poltrona, termino il breve viaggio davanti la finestra. Dall’alto della mia camera al primo piano, domino gran parte della strada sottostante  dove, al di la di essa, spicca per il suo gran giardino, l’abitazione di Roberto, il mio caro amico. Quello sognato nella notte appena trascorsa. Quello che aveva come supporto, le braccia del nipote. Strano, proprio lui. Vedo uno bislacco andirivieni di poche persone. Li conosco, sono i parenti a lui più cari. I due figli con le rispettive mogli, seguiti dalla prole. Riconosco il nipote che lo sorreggeva nel sogno, quello pieno di acne. Ma che fa, piange? Come mai? Da quel gesto, partono abbracci e strinte calorose del padre mentre lentamente varcono la soglia d’ingresso, seguiti dagli altri.
A quella vista, mi invadde un senso di abbandono improvviso come ritrovarmi di colpo al centro di quel sogno. Torno a sudare, nel mentre estraggo dalla tasca del pigiama, un fazzoletto di carta che uso per tergermi la fronte. Abbasso gli occhi, mi cambia l’umore, in peggio. Mi volto indirizzando lo sguardo al volto della mia adorata moglie, là, in quella foto sul comodino che la ritrae bella e radiosa come lo è stata nella sua esistenza. Penso di essere stato  veramente fortunato a condividere i miei ottanta e passa anni, in sua compagnia. E sorrido.
Sorrido, ai bei momenti trascorsi con la nostra adorata figlia, meravigliosa creatura come non avrei potuto chiedere di meglio. Sorrido, alle giornate piene di lavoro e di vita, a volte distanti seguendo i rispettivi ruoli ma sempre in contatto, ritrovandosi alla sera, sempre sotto lo stesso tetto.
Sorrido, ai giorni di gioia scivolati velocemente sulla nostra pelle ma che porteremo sempre nei nostri cuori, ovunque andremo. La mia adorata moglie, non è più con me da qualche tempo ormai. Non irradia più la casa con la sua presenza ma colma ogni mio momento, con le sue parole e con la sua voce che ricordo perfettamente. Vivo al fianco della mia meravigliosa figlia che mi ha regalato due splendidi nipoti, due peste di prim’ordine ma soavi e fragranti come il buon pane appena sforno.
So, che presto raggiungerò la mia dolce compagna, là, dove adesso si trova mentre starà conversando con molti dei nostri amici, e forse, starà accogliendo proprio il buon Roberto, giunto appena stamani. Saranno tutti insieme, come al tempo delle grandi compagnie, alla festa preparata in onore di Roberto, dove l’Organizzatore che ho incontrato stanotte in sogno, mi ha detto di prepararmi, che presto, ci sarà una festa anche in mio onore. Dove finalmente sarò notato, dove gli altri parleranno e rideranno con me, dove anch’io farò la mia parte e potro dire, finalmente, che alla mega festa dell’anno,
                                                        “Io c’ero!”

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